Diario di una fine scritta

Ci siamo svegliati un giorno, mentre eravamo presi dalle nostre vite, dalla nostra quotidianità, chi doveva andare a lavoro, chi doveva partire per una vacanza, chi si stava recando a fare la spesa, chi andava a trovare un amico, un parente, chi stava guidando in auto nel solito tratto di strada trafficato, chi era sceso a farsi la sua classica corsetta solitaria delle 6 del mattino, chi si accingeva ad andare a scuola, all’università, insomma una normale giornata nel nostro bel paese. Eppure non era così, qualcosa stava per cambiare drasticamente nelle nostre vite senza che neanche ce ne potessimo accorgere. Era un giovedì di febbraio quando al notiziario diedero la notizia che in un paesino del lodigiano c’erano stati dei casi di contagio di questo famigerato nuovo virus cinese. “Massì sarà uno dei tanti”, “si vabbè capirai ne abbiamo già avuti tre di casi in Italia mica sono i primi”, “vabbè le solite notizie” in molti pensarono. Forse tutti. Eppure quel giorno probabilmente segnò l’inizio di uno degli eventi storici più importanti degli ultimi anni. I giorni a seguire furono strani, anormali. Sembrava come stare in un sogno e ci si chiedeva quando ci saremo risvegliati. Le notizie giravano confuse, la confusione era ovunque. Possibile che il nostro Occidente, la nostra nazione, il nostro mondo fosse stato colpito da un’epidemia? No! Non è possibile! Noi siamo invincibili, siamo i paesi industrializzati, quelli moderni, quelli che hanno trovato cure a tutto figuriamoci se questa cosa potrà mai seriamente toccarci. Eppure i giorni passarono e le cose si misero sempre peggio. Iniziarono a chiudere tutto. Prima qualche città del nord Italia, poi la regione Lombardia ed infine l’Italia intera. Negozi, bar, ristoranti, aziende tutto, chiuse tutto. E anche i cittadini chiusero, nelle loro case. Era un incubo. La sera del 9 Marzo davanti la tv, un senso di vuoto misto ad ansia pervase l’Italia intera mentre il primo ministro ci spiegava le regole del gioco, poche ma chiare: stare a casa e zero contatti sociali. Un incubo. L’animale sociale privato di tutto ciò che lo rendeva tale. Così inizio tutto. I giorni si susseguivano e le angosce aumentavano. La paura e la rabbia erano sentimenti comuni. Era come stare in un girone dantesco dove ogni giorno ripetevi le azioni del giorno precedente in una lunga tortura infinita. Passarono i giorni. Tutti uguali, tutti identici. Non se ne vedeva la fine. Le notizie erano terribili: morti su morti, migliaia. Non si conosceva nulla di questo virus, se non poche cose che il mondo scientifico era riuscito ad individuare. Tutti ci lavoravano, ma s nessuno aveva una cura certa. E così passarono i giorni. Cambiarono le abitudini, i modi di vivere, di lavorare, di relazionarsi. La catastrofe fu prima sanitaria, poi economica. Non se ne vedeva la fine. E i giorni passavano lenti. Alla fine il morbo colpi tutti: il mondo intero cadde sotto i colpi durissimi del virus che porto dietro di se una scia di morte e devastazione socio-economica senza precedenti. Tutti persero, nessuno vinse. Forse il nostro pianeta, che grazie a questa pandemia (così fu poi chiamata) inizio a respirare di nuovo. Alla fine il mondo intero capi che contro una devastazione del genere tutti sono vulnerabili e che nessuna nazione era immune. Nella globalizzazione che lega tutti i tessuti socioeconomici del nostro pianeta, un semplice battito d’ali di una farfalla è capace di generare il peggior degli uragani dalla parte opposta del mondo.